CHE IO POSSA SPARIRE

Ph. Paola Codeluppi

IN COLLABORAZIONE CON OLINDA E DANAE FESTIVAL

studio base
ispirato a Simone Weil
di e con Milena Costanzo
assistente alla regia Chiara Senesi
immagini in scena Paola Codeluppi

“La vita su questa terra manca delle parole adatte. E anche nel caso che queste parole esistessero, avrebbero (per fortuna) il dono di non poter essere sentite”.
Simone Weil

Primo studio sull’ultima tappa di “Trilogia della Ragione” dove si è indagato il pensiero di Anne Sexton, Emily Dickinson e Simone Weil: tre donne eccezionali che, in epoche diverse, hanno portato avanti il loro credo ad ogni costo. Simone Weil è la voce dei deboli, della miseria e della sventura. La filosofa mistica che si sposta nell’impossibile una volta capito che “quaggiù” non c’è niente da fare.

In questo studio su Simone Weil c’è la volontà di indagare a teatro la filosofia.

“Attendere” per far si che il pensiero filosofico e di vita della Weil fuoriesca inaspettato dalle sue stesse modalità di porsi domande. Solo attraverso vari studi è possibile attuare questo processo. E questo processo è l’esatto contrario di quello che sempre più richiedono le “regole” burocratiche del teatro. Mi aiuta la fiducia delle persone che credono ancora nei loro spazi in quanto opportunità di creare (e non di produrre) e mi aiuta il percorso poetico già intrapreso nell’universo di Emily Dickinson e di Anne Sexton. Perché il teatro è per me un domandarsi sulla vita e quindi ricerca filosofica e poetica allo stesso tempo. In questo “Caso Weil” parto da un’accettazione di vuoto e in questo spazio senza appigli sono
costretta, per forza di cose a cercare di andare a fondo in quel vuoto per evitare di ricadere in ciò che del teatro ormai conosco fin troppo bene. Non è facile, mi arrabbio, mi sento sola, lotto contro un’ingiustizia che non si vede, ma perché è dentro di noi, nasce con noi, ci circonda. Che cosa possiamo mai fare? Chi ci può aiutare una volta vista in faccia la miseria umana?

Il discorso capitalistico ci dice che l’uomo troverebbe la sua “salvezza” solo nel consumo dell’oggetto. E allora tento il metodo di San Giovanni della Croce dove solo lo sforzo senza desiderio contiene infallibilmente una ricompensa.

“Per andare dove non sai devi andare per dove non sai”.

In questo “viaggio” non sono completamente sola perché soli non si è mai, ci sono gli altri e quelli che verranno dopo di noi e c’è il pubblico. In questa contemplazione e “attesa di qualcosa”, laddove le parole non sono sufficienti, mi accompagnano le immagini di Paola Codeluppi che ha trasformato la sua osservazione del paesaggio in dichiarazioni poetiche.

Accettare il vuoto in se stessi. In questa epoca più che mai confusa e strepitante, ogniqualvolta una verità affiora bisogna circondarla di silenzio. Bisogna imparare a retrocedere, a prendere la distanza per vedere meglio l’insieme, e bisogna farsi da parte per evitare la tentazione di “insozzare” il tutto con la propria presenza.

Questa dedica di René Char, il poeta partigiano, sembra che parli dell’incorruttibile Weil:

“Povertà e privilegio” è dedicato a tutti i disillusi silenziosi che, malgrado le sconfitte, non sono diventati inattivi. Loro sono il ponte. Saldi di fronte alla muta rabbiosa dei bari, sopra il vuoto e vicini alla terra che è di tutti, scorgono l’ultimo raggio e segnalano il primo. Qualcosa che regnò, si piegò, sparì, dovrebbe, riapparendo, servire la vita: la nostra vita di mietiture e deserti, e quel che meglio l’illustra nel suo avere illimitato. Non si può impazzire in un’epoca forsennata, ma si può essere bruciati vivi da un fuoco di cui si è l’eguale.
René Char (1907-1988)



 

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