Salute mentale e impresa sociale

Viviamo con ciò che facciamo in un contesto urbano e con precisione in un contesto urbano di periferia. Come fare inclusione sociale e salute mentale in periferia metropolitana? Come connettere luoghi dell’esclusione con luoghi della vita, come combinare luoghi e pratiche sanitarie e sociali con luoghi e pratiche culturali? Come raccogliere e reinterpretare in modo originale il patrimonio delle esperienze di deistituzionalizzazione in psichiatria? 

Come evitare di riprodurre il ghetto? 

Abbiamo cercato di affrontare questa domanda nel nostro percorso progettuale.  Abbiamo iniziato nel 1994 con il compito di chiudere l’Ospedale Psichiatrico di Milano, ma traducendo questo compito in una doppia sfida: creare dei percorsi riabilitativi che portassero fuori dall'O.P. e creare i servizi per poter accogliere i cittadini in questo luogo di doppia esclusione (manicomio e periferia), creando così opportunità di inclusione sociale per persone con problemi di salute mentale. Chiudere l’Ospedale Psichiatrico per noi, non ha significato solo ricostruire biografie e contesti di vita (Lebenswelten) degli ospiti (così venivano chiamate le persone internate) al di fuori delle mura del ghetto, ma esplorare in che forma le persone con problemi di salute mentale potessero diventare protagonisti della riconversione, inventando spazi e attori nuovi nella dimensione fisica e sociale. Per questo c’era bisogno di un progetto collettivo – un'impresa sociale con la quale costruire un sistema di opportunità per lavorare, abitare e stare con gli altri.

Sono nati così bar, ristorante, catering e ostello: luoghi di servizio, luoghi di lavoro, luoghi di apprendimento – opportunità per applicare le proprie capacità, come insegna Amartya Sen. Fare abilitazione e ri-abilitazione di persone con problemi di salute mentale significa dar loro credito e investire nelle capacità: questa è stata la sfida di Olinda negli anni '90 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini. Come se il progetto avesse la funzione di un cannocchiale attraverso il quale fosse possibile guardare al proprio futuro. 

Contemporaneamente con le attività imprenditoriali sono nate a metà degli anni '90 le attività culturali. All’inizio erano una sorta di appuntamenti festosi della città nell’ex manicomio. Oggi il Paolo Pini è diventato un punto di riferimento culturale per tutta l’area milanese con la tesi generativa che la cultura possa rappresentare un elemento d’attrazione, un motore di sviluppo per compensare alcuni limiti strutturali e progettuali (periferia, emarginazione, manicomio, psichiatria).

Oggi con la spinta del lavoro culturale si è rinforzato tutto il sistema e le sinergie tra i vari settori di servizi si sono intensificate. Ogni settore alimenta l’altro. Chi lavora al ristorante sa che contribuisce anche alla crescita degli altri settori e viceversa. Questa sinergia esprime una complessità elevata, ma anche una certa robustezza economica e sociale. Oggi parliamo di un sistema culturale locale per la cittadinanza sociale. Questa sinergia si traduce in una qualità di accoglienza molto apprezzata da parte di chi è coinvolto in un progetto abilitativo. 

Come dare forma a una narrazione positiva orientata
alla propria vita?
Come esplorare le capacità di generare aspirazioni? 

Se all’inizio del nostro progetto ci ponevamo il problema di non riprodurre il ghetto spaziale e mentale, negli ultimi anni sempre di più ci poniamo la domanda di come aumentare l’accesso allo scambio culturale e sociale. Questa domanda chiede quale può essere la parte attiva che la persona si assume, come si possono attivare gli attori.
Richard Sennett sostiene che per molte persone nella “era flessibile” la maggiore sofferenza sembra essere legata proprio alla difficoltà di dare forma a una narrazione positiva orientata alla propria vita, di definire una storia, di riconoscere una “trama” nelle cose che fanno. Parliamo di una sofferenza perché quando non abbiamo obiettivi a lungo termine, quando non sappiamo cosa dovremmo e potremmo fare, diventiamo vulnerabili nei confronti dell’urgenza del momento e degli altri. Arjun Appadurai ci indica come si possono ricostruire obiettivi. Egli parla della capacità di generare aspirazioni (the capacity to aspire) come una delle funzioni principali delle nostre capacità soggettive. Questa capacità di generare aspirazioni ha bisogno di essere esplorata e applicata nella pratica, ripetutamente. Là dove le opportunità di applicare "the capacity to aspire” sono limitate – come non di rado avviene nell’ambito della salute mentale – anche le capacità stesse rimangono meno sviluppate. Con questo non si vuole dire che in ambiti di salute mentale non si possano trovare percorsi per coltivare le aspirazioni, al contrario, il fatto che questi percorsi non sono numerosi, rende i percorsi spesso più rigidi e meno confrontabili. 
Potremmo allora sostenere la tesi che le condizioni di salute mentale migliorano, quando le opportunità di applicare "the capacity to aspire” aumentano e quando una persona è in grado di dare forma a una narrazione positiva rispetto alla propria vita.
 

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