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Megolo il 13 Febbraio 1944
Negli anni Quaranta, la famiglia Beltrami
possedeva, già da alcune generazioni, una casa di vacanza
in questa località. L'architetto Filippo Maria Beltrami, "ël
scior Filippo",
come era chiamato in zona, era conosciuto e stimato tra
gli abitanti di Cireggio. Nell’autunno 1942, in seguito a
un disastroso bombardamento su Milano, Beltrami decise di
trasferire tutta la famiglia (la moglie Giuliana e i
figli) nella casa di Cireggio. Egli continuò invece a
prestare servizio nell’esercito a Milano tra le strade
della città devastata. L'8 settembre 1943, la notizia
dell'armistizio colse impreparate le truppe del Regio
Esercito, lasciando il Paese in balia dell’occupazione
nazista. L’architetto Beltrami riuscì fortunosamente a
fuggire dalla caserma di Baggio (MI), ormai circondata
dalla truppe tedesche e, dopo quattro giorni, raggiunse in
bicicletta Cireggio. «Anche sulla montagna di Omegna si
era formato un gruppo di “sbandati”, come allora si
chiamavano, collegati con amici ed ex commilitoni nascosti
in città e nei dintorni». Decisi a combattere l’occupante
chiederanno a Beltrami di prendere il comando della
nascente formazione partigiana. Il 20 settembre 1943, la
formazione guidata da Beltrami lasciava Cireggio per le
baite sopra Quarna, dando inizio alla lotta partigiana.
Neppure un anno più tardi, dopo la battaglia di Megolo, il
14 febbraio 1944, Cireggio accoglieva addolorata la salma
del suo “Capitano”, insieme a quella di Antonio Di Dio,
per la celebrazione dei funerali.
Per via della posizione dominante il lago
d’Orta e a pochi chilometri da Omegna, Quarna divenne la
prima naturale base dal “Capitano” Filippo Maria Beltrami
e dai suoi uomini dopo l'8 settembre 1943. Da questa
località provenivano anche alcuni dei ragazzi che
costituirono il primo nucleo della formazione partigiana.
Sulle ontagne circostanti diversi alpeggi permisero di
alloggiare la formazione durante l’autunno e l’inverno del
1943. Già il 20 settembre, l'alpe Frera divenne la sede
del primo nucleo agli ordini di Beltrami, il cosiddetto
gruppo "Quarna". Durante la notte del 28 ottobre 1943, un
plotone della milizia fascista di Gravellona Toce sferrò
un attacco alla postazione partigiana. L’azione fascista
fallì, ma da quella notte le due abitazioni, in cui erano
alloggiati i partigiani, furono piantonate da squadre del
gruppo per il timore di nuovi attacchi e soprattutto prese
corpo l’idea di spostarsi in una zona più sicura. Il mese
di permanenza a Quarna fu utilizzato prevalentemente per
organizzare il gruppo e recuperare gli armamenti. Ormai
forte di quarantacinque uomini, la formazione si spostò
dall'alpe Frera all'alpe Camasca, in una situazione
relativamente più sicura. Il 18 dicembre, a Buccione,
avvenne un incidente con la formazione dei fratelli
Antonio e Alfredo Di Dio, stanziata a Massiola: l’auto su
cui viaggiava il Capitano fu scambiata per tedesca e
colpita; vennero feriti Beltrami con la moglie e morì il
partigiano Franco Rossari. Beltrami, accompagnato da
Giuliana, fu costretto a tornare a Quarna, ospite in un
albergo, per quattro giorni. Durante tale periodo
ricevette la visita di diversi esponenti dell’antifascismo
e della Resistenza e anche di alcuni emissari del fascismo
novarese. All'epoca, infatti, era in atto uno scontro
interno delle diverse componenti fasciste della Repubblica
sociale italiana e l'ala moderata contattò il “Capitano"
per discutere dell'eventualità di creare una zona neutrale
nel Cusio al fine di legittimare agli occhi della gente la
neonata Repubblica. Per tutta risposta, nei giorni
successivi, tra il 23 e il 25 dicembre 1943, fu creata la
“brigata patrioti Valstrona", costituita da due compagnie,
la "Quarna" e la "Massiola”. Nonostante l’incidente del
Buccione, il gruppo di Beltrami si fuse infatti con quello
dei fratelli Antonio e Alfredo Di Dio, intensificando la
lotta.
Sopra Quarna, il gruppo di baite di Camasca
divenne il centro operativo della formazione partigiana,
attiva nel Cusio tra l’ottobre e il dicembre 1943 sotto la
guida di Filippo Maria Beltrami. Dalle baite di Camasca,
il gruppo crebbe di numero e continuò a operare in zona: a
Pettenasco, a Gargallo, a Lagna, a San Maurizio d'Opaglio,
a Cesara, a Pella e in altre località del Cusio con azioni
audaci volte al recupero di armi, viveri, vestiario. L'11
novembre del 1943 una squadra al comando del tenente Bruno
Rutto, attaccò il presidio di Gravellona Toce, mentre
circa sessanta uomini, al comando del “Capitano” si
spostavano verso Ornavasso in appoggio all'insurrezione di
Villadossola. Nel frattempo tra le formazioni operanti
nella zona Valsesia, Cusio, Ossola, Verbano si strinsero
accordi ed alleanze operative; così il 30 novembre 1943 il
gruppo “Quarna” guidato dal “Capitano” Beltrami, insieme
con le formazioni della Valsesia al comando di Eraldo
Gastone “Ciro” e del commissario “Cino” Moscatelli, occupò
la città di Omegna, distruggendo la sede del locale fascio
repubblicano. L'azione si svolse tra la folla festante e
praticamente senza necessità di scontro armato. Soltanto
nel pomeriggio, quando ormai le forze partigiane si erano
già ritirate, la milizia di Omegna rientrò in città
sparando a casaccio ed uccidendo un bambino, Luciano
Masciadri. Il funerale del piccolo divenne occasione per
rinsaldare il forte legame tra la popolazione e "quelli
della montagna". Il 3 dicembre più di cinquemila persone
(compresi i partigiani che girarono indisturbati)
parteciparono alle esequie mentre le truppe fasciste
rimasero rintanate in caserma. Per tutto il dicembre 1943
gli uomini di Beltrami, partendo dagli alpeggi di Camasca,
insidiarono il controllo del Cusio alle forze della
Repubblica sociale italiana. Il 23 dicembre 1943, il
gruppo “Quarna” fu obbligato a trasferirsi dall'alpe
Camasca a Campello Monti, in Valle Strona, in seguito alla
minaccia dei tedeschi di bombardare per rappresaglia
l’abitato di Quarna. Il 22 dicembre 1943 l’intera
formazione di Beltrami si trasferì e occupò la valle. Tra
il 23 e il 25 dicembre avvenne la fusione delle due
formazioni nella "Brigata Patrioti Valstrona", costituita
da due compagnie, la "Quarna" e la "Massiola". A causa
della costituzione di un forte presidio germanico a Omegna,
la Brigata di Beltrami fu costretta ad abbandonare anche
la Valstrona alla fine del gennaio ’44.
Una
strada da Omegna conduceva fino a Campello (1323 metri
s.l.m..), salendo per una ventina di chilometri lungo la
Valstrona. Una mulattiera, passando per la bocchetta di
Rimella, collegava Campello con la Valsesia. Una posizione
così strategica fu la scelta più logica per il “Capitano”
Filippo Maria Beltrami, dopo che era stato costretto ad
abbandonare con i suoi uomini gli alpeggi sopra Quarna,
tra il 22 e il 23 dicembre 1943, dietro la pressione delle
puntate nazifasciste. Una valle stretta, con un’unica
strada d’accesso, facilmente controllabile, sembrava il
luogo migliore per costituire la nuova base per la
formazione partigiana. Il "Capitano" Beltrami pose quindi
il comando della “Brigata Patrioti Valstrona” a Campello
Monti dove, il 3 gennaio 1944, salirono i componenti del
Comitato di Liberazione Nazionale provinciale per
stabilire nuovi rapporti di collaborazione. Nella località
di Forno fu posto un distaccamento agli ordini di Bruno
Rutto. A Chesio e Strona, a controllare l’unica strada
d’accesso, furono posizionate vedette armate e collegate
col comando tramite staffette. Il capitano Alberto Li
Gobbi mise a punto un piano di difesa che prevedeva il
posizionamento di mine presso i ponti che conducevano a
Fornero. Da queste postazioni nell’alta valle la
formazione continuò ad agire nella zone del Cusio ed
oltre; tra il 16 ed il 18 gennaio un centinaio di uomini
guidati dal “Capitano Mascherato” (Alberto Li Gobbi)
vennero inviati in Valsesia in aiuto alla formazione di
"Cino" Moscatelli. La Valstrona, che sembrava
inattaccabile, risultava però inadatta ad ospitare il
crescente numero di giovani che andavano unendosi alla
formazione: quasi 300 nel gennaio 1944. Così fu
abbandonata dopo il primo assalto delle truppe tedesche
proprio alla fine del mese. Il trasferimento risultò, in
pieno inverno un’operazione complessa e difficile, che in
parte disgregò la formazione. Già il 22 gennaio il tenente
Cesare Bettini, accampato coi suoi uomini sopra Campello
Monti, ricevette l’ordine di dirigersi verso la Valle del
Toce insieme ad alcuni ex-prigionieri inglesi e a una
famiglia ebrea. La zona di Campello Monti era infatti
divenuta nel frattempo luogo di rifugio non solo di
renitenti e aspiranti partigiani, ma di persone in
pericolo. Sotto la pressione delle truppe nazifasciste,
meglio armate ed equipaggiate, le formazioni partigiane di
guardia all’ingresso della valle dovettero abbandonate le
postazioni, senza riuscire a far brillare alcuna mina. Tra
il 28 ed il 30 gennaio ’44, tutti i gruppi della “Brigata
Patrioti Valstrona” agli ordini di Beltrami lasciarono
così la Valstrona per dirigersi verso Pieve Vergonte e l’Ossola.
Non tutti gli uomini dei circa trecento che
costituivano la formazione partigiana “brigata patrioti
Valstrona” al comando del “Capitano” Filippo Maria
Beltrami, giunsero a Megolo, frazione di Pieve Vergonte
alla fine del gennaio 1944. La traversata invernale verso
la valle del Toce, seguita all’abbandono della Valstrona e
di Campello Monti sotto la pressione degli attacchi
nazifascisti, fu molto faticosa: una sessantina di uomini
non resse e depose le armi; un gruppo sbagliò sentiero;
alcuni abbandonarono la formazione durante il tragitto. A
Megolo, col “Capitano”, giunse soltanto una cinquantina di
uomini. Il Capitano aveva stabilito il punto d’incontro
all’Osteria del Ramo della famiglia Giavina, che fu
oltremodo ospitale e generosa. Nelle due settimane in cui
si fermò a Megolo, Beltrami attese i diversi gruppi per
ricostituire la formazione, allontanandosi soltanto per
effettuare alcune puntate e un attacco alla caserma di
Vogogna. Il 13 febbraio a Megolo ci fu lo scontro decisivo
contro le truppe nazifasciste. Quella battaglia segnò
l’apice e contemporaneamente la fine della “Brigata
Patrioti Valstrona”. Caddero combattendo Antibo Carlo,
Beltrami Filippo Maria, Bressani Bassano Giovanni,
Carletti Aldo, Citterio Giovanni, Clavena Angelo, Creola
Bartolomeo, Di Dio Antonio, Gorla Emilio, Marino Paolo,
Pajetta Gaspare e Toninelli Elio.
«La mattina del 13 febbraio mi svegliai
verso le sei. Fino a quell'ora tutto appariva tranquillo.
Verso le sette un partigiano andò a lavarsi alla cascata,
che si trova più indietro e più in alto e da dove si vede
bene il paese. Tornò subito ansimante, stravolto,
gridando: “ Ci sono i tedeschi, ci sono i tedeschi, stanno
bruciando il paese!». L'allarme fu dato immediatamente, e
in pochi minuti la formazione fu sul piede di guerra; Il
cap. Beltrami cominciava a dare disposizioni per la
battaglia. La mitragliatrice pesante fu piazzata in
centro, in una postazione da dove poteva molto bene
battere la valle, la stradetta e il paese. Un plotone di
una quindicina di uomini fu mandato sul lato sinistro, un
altro sul lato destro, e il resto sparpagliato in modo da
poter battere i vari sentieri. La battaglia era
incominciata, e, credo, ognuno dei superstiti può
raccontarne solamente la parte che ha vissuto. Io ricordo
che mi trovavo vicino al comando in attesa di ordini
quando giunse un ragazzo con un fucile mitragliatore reda,
e si lamentava di non avere potuto rintracciare il suo
porta-munizioni. Partii dunque con lui, con la cassetta
dei caricatori in spalla. La ostazione abituale di quell'arma
era ad una ventina di metri sotto le baite, in un piccolo
ripiano protetto da alcuni macigni. Sparammo subito alcune
raffiche, alle quali il nemico rispose con un violento
fuoco di mitraglia, e subito dopo con un tiro. abbastanza
preciso di cannoncino e di mortaio.Nel frattempo i
tedeschi e i fascisti avevano iniziato la scalata. Da dove
ero, vedevo i tedeschi che sostenevano l'attacco al centro
del nostro schieramento. Erano dislocati a pochi metri
l'uno dall'altro e si nascondevano accuratamente dal
nostro tiro, uscendo dai loro ripari solo per fare qualche
balzo rapido in avanti e poi nascondersi nuovamente.
Sotto, mitragliatrici, mitragliere, cannoncini e mortai
sostenevano l'attacco con un fuoco d'inferno, diretto
soprattutto contro le nostre postazioni di armi
automatiche.
Vidi morire anche il capitano Beltrami.
Sparammo così, con molte difficoltà, alcuni
caricatori. Mi ricordo nettamente come un camion preso di
mira da noi, crivellato di colpi, abbia continuato,
bandando un poco, la sua strada per rifugiarsi dietro ad
una casa, nel paese. Ad un certo punto, come succede
sovente e con il mitragliatore breda, l'arma s'inceppò. La
situazione era preoccupante. Eravamo lì, ventre a terra,
mentre a pochi centimetri da noi fischiavano le
pallottole, e la via della ritirata era sicuramente
battuta dal fuoco nemico. Tentammo comunque di
ricongiungerci con gli altri, e in quell'occasione imparai
a strisciare col naso a terra. In alcuni minuti arrivai in
un pianoro più vasto, dove vi erano alcuni castani ed
alcuni grossi macigni. Lì vi erano Beltrami, Redi, Antonio
Di Dio e Pajetta. A mia volta 'mi piazzai dietro un grosso
castano, alla sinistra degli altri, un metro più in alto
forse. Dopo pochi minuti sentiamo la voce del mio
mitragliere che ancora prima di spuntar fuori, ci chiama.
Era lui infatti, che con maggiori difficoltà di me, avendo
seguito un altro itinerario, era giunto in salvo. Ma aveva
dovuto abbandonare l'arma; e il Capitano lo rinviò a
prenderla. Dopo qualche secondo, in mezzo alle raffiche
continue, udimmo un lamento, così morì, per primo, il
mitragliere che avevo conosciuto forse un'ora prima. Sulla
nostra destra si era appostato Gianni, il nostro compagno
studente. Me ne accorsi quando mi sentii chiamare per nome
e lanciare alcuni frizzi. Ma poco dopo anche da quella
parte venne un lamento: « Ai! Aiii! » « Ritirati,
Ritirati! » grida il capitano. Sentiamo come muoversi e
poi « Haan Haaan! » Ed è finita. Anche Gianni è morto…»
Vermicelli Gino
Link utili:
Comune di Omegna
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