SENTIERI
  PARTIGIANI

   

   

  

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    Garibaldi

    17-04-2005

  

 

Buglio in Monte il 16 Giugno 1944

Con lo sbarco in Normandia nel mese di giugno fu impartito l’ordine dal CLNAI alle forze partigiane di impegnare al massimo le truppe nazifasciste col fine di  allargare il conflitto. In quest’ottica furono portate avanti dai partigiani tutte le azioni durante il mese di giugno e luglio; la liberazione di Buglio, caratterizzata da una forte partecipazione popolare, ebbe un valore essenzialmente simbolico, anche se sul piano strategico rivelò degli errori, poi duramente pagati dai partigiani e dalla popolazione civile.

Buglio per pochi giorni visse un  clima che prefigurava l’istituzione della democrazia: fu deposto il podesta, simbolo del potere centrale, e venne eletto liberamente il sindaco; si tennero numerose assemblee popolari, dove uomini e donne potevano parlare liberamente; i viveri ammassati, destinati ai maggiorenti fascisti furono restituiti alla popolazione.

La repressione, preannunciata dal “Popolo valtellinese”, non si fece attendere. Il 16 giugno 1944 tedeschi, polacchi e brigatisti neri scatenarono un’offensiva in grande stile. Con un gran numero di uomini, erano circa mille, diedero alla caccia dei partigiani, che erano pochi e non tutti pratici dei luoghi (nel  gruppo vi erano diversi milanesi).

Non ostante l’inferiorità numerica i partigiani si batterono da leoni. Gli avversari però furono implacabili: “venivano avanti i cosacchi, sparando all’impazzata e dietro i tedeschi ed i fascisti” (dal discorso di Camillo Buglio il 21 Giugno 1964). Accerchiati e catturati furono portati presso il ponte del mulino, e là fucilati. Alla fine rimasero sul terreno 8 civili e 9 patrioti tutti giovanissimi.

Clemente Valenti, Luciano Cecchiottini, Sergio Bollina, Virgilio Bianchi, Virginio Nicocelli, Ferruccio Zamboni, Luciano Gabella. Pierino Reda, “il taciturno fornaretto di Ardenno” secondo la poetica ed affettuosa definizione del partigiano Camillo, fu trucidati presso il cimitero di Buglio. Di solo 16 anni, il cui corpo, orrendamente bruciato dai fascisti, fu ritrovato solamente alcuni giorni dopo.

E come dimenticare l’angoscia della Caterina Borromini, che mentre lasciava il paese, mentre già bruciavano delle case, con i suoi quattro figli, vide cadere, raggiunti da una raffica di mitragliatrice, il figlio Tarcisio che portava sulle spalle la sorellina Gemma di soli due anni. “Giacevano a terra sanguinanti ed i loro lamenti erano soffocati dalle mie grida, mentre Oreste ed Amato, gli altri due miei figli, sdraiati a terra sembravano cuccioli impauriti. Non ricordo quanto tempo trascorse prima che i miei figli cessassero di vivere. Ricordo solo che la piccola Gemma chiamò tre volte il fratello prima di morire, ma lui non potè risponderle perché era già morto”. La testimonianza è stata raccolta da un altro figlio della signora Caterina, nato un anno dopoi fatti, e che porta il nome del fratello morto.

L’estate del 1944 per Buglio (e non solo per Buglio purtroppo) fu segnata dal terrore e dalle distruzioni: ben 36 case furono incendiate, e la stessa sorte toccò a stalle e fienili. Così la gente del paese, già stremata dalla guerra, e ridotta alla miseria, perse anche i beni essenziali per la modesta economia locale

Le ferite peggiori, tuttavia, furono quelle morali ed affettive, soprattutto per i ragazzi, costretti ad assistere a violenze di ogni genere. Benito De Giovanni che nel ’44 aveva 8 anni ben ricorda le grida dei morenti e la disperazione dei parenti e dei compaesani della montagna di Buglio….

Per la forte valenza simbolica che l’episodio di Buglio aveva acquistato nella contrapposizione tra libertà democratica ed arbitrio violento della dittatura, il paese, subito dopo la Liberazione, fu scelto per l’esecuzione della condanna a morte pronunciata dal tribunale insurrezionale, nei confronti di 13 fascisti, considerarti materialmente e moralmente responsabili di tante violenze inferte alla popolazione valtellinese.

 

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