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Buglio in Monte il 16
Giugno 1944
Con lo sbarco in Normandia
nel mese di giugno fu impartito l’ordine dal CLNAI alle
forze partigiane di impegnare al massimo le truppe
nazifasciste col fine di allargare il conflitto. In
quest’ottica furono portate avanti dai partigiani tutte le
azioni durante il mese di giugno e luglio; la liberazione
di Buglio, caratterizzata da una forte partecipazione
popolare, ebbe un valore essenzialmente simbolico, anche
se sul piano strategico rivelò degli errori, poi duramente
pagati dai partigiani e dalla popolazione civile.
Buglio per pochi giorni
visse un clima che prefigurava l’istituzione della
democrazia: fu deposto il podesta, simbolo del potere
centrale, e venne eletto liberamente il sindaco; si
tennero numerose assemblee popolari, dove uomini e donne
potevano parlare liberamente; i viveri ammassati,
destinati ai maggiorenti fascisti furono restituiti alla
popolazione.
La repressione,
preannunciata dal “Popolo valtellinese”, non si fece
attendere. Il 16 giugno 1944 tedeschi, polacchi e
brigatisti neri scatenarono un’offensiva in grande stile.
Con un gran numero di uomini, erano circa mille, diedero
alla caccia dei partigiani, che erano pochi e non tutti
pratici dei luoghi (nel gruppo vi erano diversi
milanesi).
Non ostante l’inferiorità
numerica i partigiani si batterono da leoni. Gli avversari
però furono implacabili: “venivano avanti i cosacchi,
sparando all’impazzata e dietro i tedeschi ed i fascisti”
(dal discorso di Camillo Buglio il 21 Giugno 1964).
Accerchiati e catturati furono portati presso il ponte del
mulino, e là fucilati. Alla fine rimasero sul terreno 8
civili e 9 patrioti tutti giovanissimi.
Clemente Valenti, Luciano
Cecchiottini, Sergio Bollina, Virgilio Bianchi, Virginio
Nicocelli, Ferruccio Zamboni, Luciano Gabella. Pierino
Reda, “il taciturno fornaretto di Ardenno” secondo la
poetica ed affettuosa definizione del partigiano Camillo,
fu trucidati presso il cimitero di Buglio. Di solo 16
anni, il cui corpo, orrendamente bruciato dai fascisti, fu
ritrovato solamente alcuni giorni dopo.
E come dimenticare
l’angoscia della Caterina Borromini, che mentre lasciava
il paese, mentre già bruciavano delle case, con i suoi
quattro figli, vide cadere, raggiunti da una raffica di
mitragliatrice, il figlio Tarcisio che portava sulle
spalle la sorellina Gemma di soli due anni. “Giacevano a
terra sanguinanti ed i loro lamenti erano soffocati dalle
mie grida, mentre Oreste ed Amato, gli altri due miei
figli, sdraiati a terra sembravano cuccioli impauriti. Non
ricordo quanto tempo trascorse prima che i miei figli
cessassero di vivere. Ricordo solo che la piccola Gemma
chiamò tre volte il fratello prima di morire, ma lui non
potè risponderle perché era già morto”. La testimonianza è
stata raccolta da un altro figlio della signora Caterina,
nato un anno dopoi fatti, e che porta il nome del fratello
morto.
L’estate del 1944 per
Buglio (e non solo per Buglio purtroppo) fu segnata dal
terrore e dalle distruzioni: ben 36 case furono
incendiate, e la stessa sorte toccò a stalle e fienili.
Così la gente del paese, già stremata dalla guerra, e
ridotta alla miseria, perse anche i beni essenziali per la
modesta economia locale
Le ferite peggiori,
tuttavia, furono quelle morali ed affettive, soprattutto
per i ragazzi, costretti ad assistere a violenze di ogni
genere. Benito De Giovanni che nel ’44 aveva 8 anni ben
ricorda le grida dei morenti e la disperazione dei parenti
e dei compaesani della montagna di Buglio….
Per la forte valenza
simbolica che l’episodio di Buglio aveva acquistato nella
contrapposizione tra libertà democratica ed arbitrio
violento della dittatura, il paese, subito dopo la
Liberazione, fu scelto per l’esecuzione della condanna a
morte pronunciata dal tribunale insurrezionale, nei
confronti di 13 fascisti, considerarti materialmente e
moralmente responsabili di tante violenze inferte alla
popolazione valtellinese.
Link utili:
ANPI Morbegno: 0342-610181
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