 |
La strage di Trarego
Il sentiero a gradoni di pietra che salendo
per poco più di un chilometro conduce al paese di Trarego,
per più di due anni è rimasto impregnato dal sangue delle
nove vittime – sette partigiani e due civili traforati da
centinaia di colpi d’arma da fuoco, sfigurati dai calci
dei fucili e mutilati in più parti dalle armi da taglio –
che i paesani hanno trasportato al cimitero con scale di
legno. I corpi vengono puliti e ricomposti dalle suore
dell’asilo e l’intero paese affluisce al cimitero
nonostante il divieto del maggiore della milizia
confinaria Martinez di celebrare i funerali e di esprimere
qualsiasi altra forma di cordoglio per le vittime, pena la
messa a fuoco del paese.
La presenza dei Partigiani è significativa; gli abitanti
del paese hanno con loro costanti rapporti, soprattutto
quelli che utilizzano per il pascolo gli alpeggi
sovrastanti il paese e a ridosso della Val Cannobina. E la
sera, quando i maimorti, come venivano chiamati i fascisti
(sembra, oltre che per i tetri richiami funerei, per le
due m cucite sulla divisa), ritornavano nelle loro
caserme, i partigiani frequentavano spesso il paese.
Numerose le testimonianze sia di partigiani che di
paesani, che ricordano l’aiuto dato dagli abitanti:
allarmi, nascondigli, trasporto di armi e di persone lungo
gli itinerari che conducono oltre il confine con la
Svizzera, condivisione dei prodotti dell’economia di
montagna. L’inverno ’44–’45 da tutti è ricordato
come un inverno freddissimo, in cui “erano gelate sin le
castagne”, e con poca neve. Dopo i rastrellamenti seguiti
alla sconfitta della “Repubblica” partigiana dell’Ossola,
il grosso delle formazioni, dopo la metà di ottobre, si
era rifugiato in Svizzera. Tra Verbania e il confine era
presente soprattutto la formazione della Cesare Battisti
guidata dal sottotenente Armando Calzavara “Arca” mentre
sulle alture verso l’Ossola erano presenti i garibaldini
della “Valgrande Martire”. Oltre alle azioni continue sui
presidi fascisti le formazioni mantengono, talora in
collaborazione con i contrabbandieri locali, i
collegamenti con la Svizzera per il transito di profughi,
armi ed informazioni. In territorio svizzero, sopra Ascona,
in una villa (posto 24) vi è un punto di appoggio per
quelli che hanno sconfinato o, viceversa, decidono di
rientrare. Al di qua del confine, nell’alta Val Cannobina,
viene installata una ulteriore postazione (posto 24 bis)
di appoggio e controllo dei transiti oltre confine. La
volante Cucciolo, comandata da Peppo Chiovini, costituiva
una squadra allenata e veloce di partigiani “esperti”, in
grado di effettuare spostamenti quotidiani anche di 20
chilometri. A notizie confuse di un attacco al posto 24
bis Arca invia la volante, per l’occasione composta da
nove uomini, da sopra Verbania (Scareno, sede del
comando), alle Biuse di Olzeno, nell’alta Val Cannobina.
Il 24 febbraio, la sera, dopo la prima giornata di
cammino, il gruppo di partigiani fa sosta nell’alpeggio di
Truno, qualche chilometro sopra Trarego. Tre di loro
scendono in paese in corvée per procurarsi provviste
presso i negozi di alimentari
Il rastrellamento.
Probabilmente informati della loro presenza i comandi
delle milizie di Cannobio (il famigerato capitano Mario
Nisi) e della Val Vigezzo (Maggiore Martinez) fanno
confluire, dall’alba della mattina seguente, tutte le
forze disponibili. Accortasi subito di “essere in
rastrellamento”, la volante riesce a defilarsi verso il
basso e nascondersi, sino alle cinque di sera, in una
conca. Il passaggio casuale di alcuni paesani attira
l’attenzione dei fascisti che confluiscono sul luogo.
L’ultimo tentativo di fuga riesce solo a due dei
partigiani che, pur feriti, riescono a precipitarsi a
valle e nascondersi. Due paesani, nascostisi in una grotta
a valle, probabilmente presi per partigiani anche se
disarmati, vengono anch’essi trucidati. Il rituale
della violenza. “Non sono morti come si muore in
guerra. Sono stati seviziati …e queste cose non passano
più” racconta ancor oggi la sorella del più giovane dei
partigiani, Gastone “Cesco” Lubatti. Suo padre, medico, ha
constatato, nei nove cadaveri 348 ferite sia d’arma da
fuoco che da corpi contundenti e da taglio. Non solo si
scaricano sui morti e sui feriti tutte le munizioni, ma si
procede al loro annichilimento secondo una ben precisa
logica simbolica. In primo luogo la sottrazione delle
scarpe: di qui non vi muoverete più; poi il viso: nessuno
vi deve più riconoscere; la bocca mutilata e riempita di
ricci: non avrete più parola; il cuore, non c’è nessuna
pietà; infine i genitali: non avrete eredi. Il
seppellimento in una fossa comune avrebbe dovuto
concludere la totale cancellazione. E poi a festeggiare e
a vantarsi a voce ben alta della prodezza nell’osteria del
paese di Oggiogno, dall’altra parte della vallata.
Terrorizzare la popolazione.
Ad un ragazzo di 16 anni delle baite di Promé vengono
fatte togliere le scarpe ed avviata la procedura della
fucilazione; solo l’intervento del padre riesce a fermare
l’esecuzione. Sarà quest’ultimo che dovrà portare in paese
l’ordine scritto di recuperare le salme col divieto di
qualsiasi celebrazione funebre. Ripetute le minacce di
incendiare il paese. Il giorno successivo il capitano Nisi
irrompe nella casa di Aldo Brusa, uno dei due civili
uccisi, minacciando moglie e figli.
La decima vittima.
Un paesano di 54 anni, Giuseppe Clair Gagliani, in
precedenza unitosi ai partigiani, il
26 mattina in cimitero esprime sdegno e
solidarietà alle vittime. Informati i fascisti lo cercano
e, non trovandolo, prendono in ostaggio, imprigionandola a
Cannero, la figlia sedicenne. Costretto così a
consegnarsi, viene scortato sulla mulattiera per Cannero e
lì, ad un tornante, assassinato, crivellato di colpi e
pugnalate e ilcorpo abbandonato per strada.
Il rullino ritrovato.
La maestra del paese, Anna Bedone Ferrari, donna energica
e coraggiosa, che nel pomeriggio prestava servizio in
Comune come aiuto-segretaria, dal dicembre del ’43 aveva
nascosto e protetto, con il silenzio complice dell’intero
paese, una famiglia di sette ebrei (Coen – Torre); il
giorno successivo all’eccidio, in accordo col segretario
comunale, fotografa i sette partigiani, che le suore
avevano ripulito e ricomposto, in modo da poter
successivamente esser riconosciuti dai famigliari. Il
comando di Cannobio, venutone a conoscenza, sequestra il
rullino. Il 24 aprile, quando Cannobio venne liberata,
Nisi riusciva a fuggire; nella sua giacca venne ritrovato
il rullino della maestra: quelle foto ancora oggi, con la
bambagia che riempie i fori di sevizie e mutilazioni, ci
mostrano la violenza di quel giorno.
Il processo. La Corte di Assise straordinaria di
Novara, dietro denuncia della madre di Lubatti, processa
il maggiore Martinez e il capitano Nisi (quest’ultimo,
fatte sparire per sempre le sue tracce, in contumacia ).
Il processo si protrasse per oltre un anno e il 27
febbraio 1947 la corte emise la sentenza condannando i
due, sulla base della legislazione vigente, alla pena
capitale. Pena mai eseguita e ridotta a pochi anni per le
successive revisioni ed amnistie. La corte fra l’altro
accertò che tutta l’operazione fu concertata fra i due
ufficiali senza alcuna partecipazione (né ordini) da parte
tedesca; che i partigiani feriti arresisi furono
ugualmente passati per le armi e sottoposti a ulteriore
infierire con moschetti e armi da taglio; i loro corpi
furono depredati (scarponi, anelli ecc.); che il tutto
aveva lo specifico scopo di terrorizzare la popolazione
“non solo straziando i cadaveri, ma proibendo i funerali
e minacciando incendi nel caso la popolazione desse prova
di simpatia verso le vittime o le loro famiglie”.
Conferimento medaglia d'argento al merito
civile.
Il Presidente della Repubblica, in data
26.06.2008, ha conferito al Comune di Trarego Viggiona la
medaglia d'argento al merito civile in memoria delle
vittime dell'eccidio di Trarego del 25 febbraio 1945. La
richiesta era stata inoltrata nei mesi precedenti dal
sindaco Renato Agostinelli citando le pubblicazioni
sull’eccidio e “il bellissimo cortometraggio che racconta
i tragici fatti della Resistenza, veramente toccante e che
ci viene ripetutamente richiesto”. Nella motivazione
ufficiale si cita fra l’altro “la popolazione” che “offrì
un ammirevole prova di generoso spirito di solidarietà,
prodigandosi nell'accogliere nelle proprie abitazioni
partigiani e quanti avevano bisogno di aiuto.”
Sull’eccidio di Trarego.
L'episodio fu a lungo lasciato in sordina probabilmente
perché più comodo ricordare gli orrori compiti dai
"tedeschi". Nel 2003 venne alla luce per due ricerche
pubblicate casualmente negli stessi mesi: una dello
studioso romeno Michael Jakob (docente alle università di
Grenoble e Ginevra) che, soggiornando in ferie nel paese
lacustre sottostante di Cannero, si appassionò della
vicenda (La strage di Trarego, Tararà, Verbania 2003 ); la
seconda dell'Istituto Cobianchi di Verbania che aveva due
ex allievi fra i caduti di Trarego. Quest'ultima ricerca
(Memoria di Trarego) vinse nel 2004 la prima edizione del
premio dell'ANCI sulla storia locale e viene ripubblicata
nel 2007 in edizione ampliata dall’editore Tararà.
Partendo da quest’ultimo testo, il regista Lorenzo
Camocardi ha realizzato, con una classe di studenti dello
stesso Istituto, il film Trarego memoria ritrovata,
prodotto dalla Casa della Resistenza, proiettato in prima
visione domenica 4 marzo 2007 nel salone multiuso di
Trarego. Il filmato, che contiene interviste a testimoni
ed esperti e ricostruzioni fiction interpretate dagli
studenti, ha avuto ampia diffusione sia in DVD, in
televisioni locali e regionali e in circuiti non
commerciali (Comunità locali, circoli ed associazioni
culturali, scuole ecc.). Ha inoltre ottenuto la Menzione
della giuria al Concorso nazionale Filmare la storia,
edizione 2007, indetto dall’Archivio Nazionale
Cinematografico della Resistenza nella sezione Premio
speciale “25 aprile”. Verrà inoltre proiettato nella
rassegna –concorso Piemonte movie 2009 che si svolgerà a
Torino Moncalieri tra il 4 e il 14 marzo.
I caduti:
Ivo Borella, 25 anni; Luigi Velati, 21 anni;
Corrado Ferrari, 24 anni; Ermanno Giardini, 20 anni;
Gastone Lubatti, 19 anni; Luigi Leshiera 22 anni;
Pierino Agrati, 25 anni.
|