 |
L'eccidio del Pogallo
Il pomeriggio
dell’11 giugno una colonna motorizzata tedesca sale da
Rovegro verso Cicogna. Nei pressi della galleria che
precede Ponte Casletto si imbatte nei partigiani che
difendono la postazione e inizia lo scontro a fuoco. Verso
sera i tedeschi si ritirano. Lo scontro riprende il
mattino successivo. Due autoblindo cercano di attraversare
il ponte che però viene fatto saltare dai partigiani. La
stessa sorte tocca al ponticello sulla mulattiera che
proviene da Cossogno, ma non alla passerella della
condotta dell’acqua.Nel frattempo una colonna tedesca
proveniente da Mergozzo, dopo aver scavalcato il Monte
Faié, attacca Corte Buè che viene abbandonata dai
partigiani. Lo scontro si sposta intorno al Ponte di
Velina, che poi verrà fatto saltare nel tentativo di
fermare l’avanzata tedesca.A Ponte Casletto, verso
mezzogiorno, la situazione peggiora. I tedeschi
costringono i partigiani ad arretrare, riescono ad
attraversare la passerella dell’acqua e iniziano a salire
verso Cicogna. Le case di Velina sono colpite dai mortai e
dalle mitragliatrici piazzati a Corte Buè: Mario Muneghina
decide la ritirata in Val Pogallo e manda a chiamare gli
uomini che si trovano al comando di Orfalecchio (Superti è
assente, perché si è recato in Svizzera per contattare gli
Alleati). Verso sera i partigiani del Valdossola (circa
280 uomini) con una cinquantina di prigionieri iniziano a
salire verso Corte del Bosco.Il mattino successivo (dopo
aver lasciato una ventina di prigionieri chiusi in una
stalla) la colonna riparte e all’alba si trova sopra
l’Alpe Prà, dove vengono individuati da un ricognitore
nemico. I tedeschi, che intanto hanno occupato Cicogna,
iniziano il tiro dei mortai. I partigiani, senza scendere
a Pogallo, iniziano a traversare verso l’Alpe Brusà, dove
si fermeranno per la notte (l’alpigiano di Busarasca si è
rifiutato di ospitarli). Un gruppo di uomini è inviato a
Pogallo per controllare l’avanzata dei tedeschi; anche i
feriti vengono inviati a Pogallo: da qui saranno portati
nella zona ancora tranquilla del Pian Cavallone, dove si
trovano gli uomini della Giovine Italia. Intanto a
Orfalecchio, nella giornata del 12, è rientrato Superti
che viene informato dai pochi rimasti. Il comandante fa
richiamare gli uomini che si trovano all’Arca e a In la
Piana e insieme (sono una trentina di uomini) traversano a
Velina, dove giungono all’alba del 13. Da qui salgono a
Corte del Bosco e a sera ripartono per Pogallo, dove
arrivano all’alba del 14. Superti viene informato della
situazione e manda due uomini all’alpe Brusà per ordinare
a Muneghina di scendere a Pogallo per rientrare in Val
Grande (ha concordato con gli Alleati un lancio di viveri
e armi su In La Piana). Muneghina (informato da una
pattuglia che in Val Cannobina non ci sono nemici e
convinto che la Val Grande sia ormai solo una trappola) si
rifiuta di seguire Superti: il Valdossola si spacca in due
gruppi. Gli aerei tedeschi sparano sugli uomini nascosti
nel bosco intorno all’Alpe Brusà. Poi il tempo si guasta e
la visibilità ridotta consente agli uomini di Muneghina di
iniziare la marcia verso la Bocchetta di Terza per
scendere in Val Cannobina. Sono 200 partigiani (un gruppo
ha deciso di seguire Superti) e una trentina di
prigionieri: all’alba del 15 giugno si fermano in un
faggeto del vallone di Finero. Il tempo è pessimo e anche
la situazione è drammatica, perché i tedeschi hanno
raggiunto il fondovalle e la popolazione, terrorizzata,
non aiuta i partigiani che non conoscono la zona. A sera,
col cielo tornato sereno, gli uomini di Muneghina
riprendono il cammino; alcuni non tengono il passo e un
gruppo di 20/25 uomini perde il contatto con il grosso
della colonna: tenteranno di rientrare in Val Grande
attraverso Scaredi e la Val Portaiola. La colonna di
Muneghina giunge presso Finero; a Pian di Sale incrocia i
tedeschi: alle 3,30, inizia una tremenda battaglia. Alla
fine, mentre il tempo si guasta di nuovo, Muneghina ordina
agli uomini di disperdersi per meglio sottrarsi alla
caccia nemica. Alcuni finiranno oltre confine, alcuni
saranno uccisi dai tedeschi, altri catturati. Mario
Muneghina, con una quindicina di uomini, arriva all’Alpe
Polunnia (Val Cannobina), dove si scontra ancora con i
tedeschi. Per alcuni giorni il gruppetto (sono rimasti in
dieci) vagherà intorno al Monte Torriggia e tra le rocce
del Gridone. La sera del 20 giungeranno presso gli alpeggi
di Orasso dove verranno accolti e rifocillati da una
contadina del luogo. Il gruppo che si era staccato dalla
colonna nel vallone di Finero sta intanto cercando di
rientrare in Val Grande, ma deve fare i conti con la
presenza ormai massiccia dei tedeschi; all’alba del 18
questi uomini arrivano sotto la Laurasca e tentano di
traversare verso l’Alpe Scaredi; qui però ci sono già i
tedeschi e allora il gruppo, sotto la pioggia, prova a
salire alla Bocchetta di Scaredi. Anche qui ci sono
nemici: i partigiani si arrendono. Consegnati ai fascisti
della Muti, verranno portati a Malesco, torturati e poi
trasportati a Intra. Al mattino del 15 giugno, Superti e i
suoi (in tutto 70/80 uomini) lasciano Pogallo Alta e nel
tardo pomeriggio sono alla Bocchetta di Campo. Il mattino
successivo scendono all’Alpe Campo e all’Alpe Portaiola:
gli alpigiani li informano che nessun reparto tedesco è
passato di lì. Passano da In la Piana e arrivano all’Arca
che è quasi il tramonto. Qui trovano un pacchetto di
sigarette buttato da poco: è tedesco. All’alba del 17 una
pattuglia di partigiani si imbatte nei tedeschi. Superti
ordina quindi la ritirata lungo il canalone tra la Ganna
Grossa e il Pedum. Si fermeranno a 1800 metri, presso il
nevaio terminale. Qualcuno è ferito. Piove. Resteranno in
quel punto per due giorni, ma i tedeschi non se ne
andranno, anzi hanno ormai esteso l’occupazione agli
alpeggi dell’alta valle. All’alba del 20 giugno gli uomini
d Superti si rimettono in moto: la prima parte del
percorso sotto le strette del Casè e Cima Pedum è
massacrante, il terreno è impervio e privo di sentieri.
C’è nebbia e questo impedisce ai tedeschi di vederli.
Arrivano di nuovo all’Alpe Campo e poi nei pressi
dell’Alpe Portaiola, dove si preparano per passare il
torrente. Sono uomini stremati dalla fatica e dalla fame.
Di colpo la nebbia si alza. I tedeschi piazzati all’Alpe
Portaiola li vedono e iniziano a sparare. E’ una strage:
non meno di trenta partigiani muoiono. I superstiti si
disperdono alla disperata ricerca della salvezza. Un
gruppo di nove uomini (guidati da Mario Morandi e dai
fratelli Alfonso e Bruno Vigorelli) sale verso l’Alpe
Riazzoli, nei pressi della quale precipita e muore Bruno
Vigorelli. Possono muoversi solo di notte. All’alba del 22
giungono all’Alpe Casarolo, dove l’alpigiano ha già
accolto quattro uomini scampati alla strage dell’Alpe
Portaiola. I tedeschi li raggiungono. I partigiani si
arrendono (in tre riescono a fuggire e raggiungeranno la
salvezza a Colloro) e verranno fucilati sul posto. Della
colonna di Superti sopravvivono solo altri dieci/dodici
uomini, tra cui lo stesso Superti che è riuscito a
raggiungere l’Alpe Crot (alta Val Gabbio) e poi, allo
stremo delle forze, sarà trovato dagli alpigiani di
Premosello.
Il 13 giugno i partigiani
della Giovine Italia ricevono qualche notizia di ciò che
sta accadendo dai feriti e dai loro accompagnatori che
provengono da Pogallo, ma non riscono ad avere chiara la
situazione. Il 14 i fascisti della legione Leonessa
salgono oltre Miazzina ma sono respinti dai partigiani; lo
stesso accade a un reparto tedesco sotto il Pizzo Pernice.
Il 15 giugno la battaglia riprende tra la Colma e il Pian
Cavallone. Gli attacchi dei tedeschi sono respinti per tre
volte, poi dal campo sportivo di Intra inizieranno ad
arrivare i colpi del mortaio da 149 e le sorti dello
scontro cambieranno. All’arrivo della notte la battaglia è
finita: i partigiani devono ritirarsi. Flaim si porterà al
Pian Vadà per tenere i contatti con la Cesare Battisti;
Guido e altri uomini, tra cui i feriti e i disarmati
rientrano nel fondovalle per tenersi buoni per un’altra
volta; Rolando con pochi altri salirà alla Marona per
contrastare l’avanzata tedesca. All’alba del 16
un’autocolonna tedesca parte da Colle e, lungo la strada
militare, avanza verso le posizioni della Cesare Battisti
al Pian Vadà. Il comandante Arca ha potuto disporre la
difesa, ma le forze tedesche sono preponderanti.
Intanto un reparto tedesco, dal Pian Cavallone, marcia
verso il Pizzo Marona, dove si trovano Rolando e pochi
altri uomini della Giovine Italia. Il primo attacco nemico
è respinto. Poi arrivano i colpi del mortaio da 149, ma
anche l’attacco del pomeriggio è respinto. In serata, dal
Vadà, arriva Flaim e al mattino del 17 altri partigiani
della Cesare Battisti. Alcuni scendono in Val Marona,
altri rimangono. E’ di nuovo battaglia, ma a mezzogiorno
tutto sarà finito. La cappelletta verrà fatta saltare.
Undici corpi verranno trovati sotto la cima, verso la Val
Pogallo. Di Rolando si perderà ogni traccia. Il bilancio
del rastrellamento è tragico. Tra i partigiani si contano
circa 300 morti. 150/160 sono caduti in combattimento; 150
sono stati eliminati tra il 17 e il 27 giugno dopo essere
stati catturati e, quasi sempre, picchiati e torturati
(vedi la cartina e le immagini). Tra i civili ci sono 7
vittime. Le perdite del nemico sono valutabili in 200/250
morti e almeno altrettanti feriti. Ingenti danni sono
stati provocati alle case, agli alpeggi e ai rifugi (vedi
le immagini).
Link utili:
http://www.casadellaresistenza.it/
|