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L'eccidio alla Cascina Benedicta
Nella primavera del 1944 le
formazioni partigiane avevano ormai raggiunto un migliore
inquadramento con una più chiara delimitazione delle zone
operative e con sempre più frequenti e organizzati
contatti fra le città e i gruppi che agivano in montagna,
ai quali iniziava ad arrivare qualche fornitura di armi,
munizioni e viveri grazie agli aviolanci Alleati. I
nazifascisti, intenzionati a reagire all'organizzazione
politica e militare della Resistenza, guardavano con
sempre maggiore preoccupazione all'intensificarsi delle
azioni partigiane. In particolare la presenza di gruppi di
"ribelli" sull'Appennino Ligure-Piemontese poteva essere
vista come un grave pericolo per le comunicazioni tra
Liguria, Piemonte e Lombardia. Oltre a voler sradicare le
formazioni esistenti sul territorio con un grande
rastrellamento, le forze tedesche e della Repubblica di
Salò intendevano costringere i giovani renitenti alla leva
che si erano rifugiati in montagna ad aderire ai bandi di
arruolamento obbligatorio per annientare in tal modo la
potenziale riserva umana della Resistenza. Fu questa
l'idea che condusse il comando tedesco a pianificare il
più grande rastrellamento antipartigiano dell'entroterra
ligure detto della "Settimana Santa" che interessò diverse
località dell'Appennino ligue-alessandrino.
La Benedicta:
Nella zona appenninica a cavallo fra la
provicia di Genova e quella di Alessandria, all'inizio del
1944 operavano ed erano in via di completamento
principalmente due reparti partigiani: la "Brigata
Autonoma Alessandria", composta da circa duecento
elementi al comando del Capitano Gian Carlo Odino, divisa
in tre battaglioni con sede di comando presso Bosio, e la
"3° Brigata Garibaldi Liguria", comandata da
"Ettore" Tosi Edmondo, composta da sette distaccamenti,
forti di più di 400 uomini, oltre a un distaccamento
reclute, dislocati nei "casali" intorno al Monte Tobbio.
L'intendenza era
situata nell'ex convento della "Benedicta" adibita a
cascina.
La forza operativa di queste due brigate non era tuttavia
corrispondente all'elevato numero dei componenti, infatti
dal 50 al 65% degli uomini erano armati in modo leggero e
si poteva registrare una totale assenza di armi medie e
pesanti. L'armamento era stato rinforzato con un
avio-lancio della R.A.F.
Nella formazione erano
presenti anche numerosi combattenti stranieri: polacchi,
jugoslavi, inglesi, ma soprattutto russi, che si
rivelarono in seguito esperti soldati. Nei primi mesi del
'44 si verificò un fatto decisivo: numerosi giovani delle
classi chiamate alle armi dal "bando Graziani"del 18/2,
che comminava la pena di morte per i disertori, si unirono
alle formazioni partigiane operanti nella zona, per
sfuggire alla coscrizione repubblichina. Ciò causò non
pochi problemi logistici, dato l'incremento del numero di
uomini da armare e istruire, tutti giovani con nessuna
esperienza militare alle spalle.Nella formazione erano
presenti anche numerosi combattenti stranieri: polacchi,
jugoslavi, inglesi, ma soprattutto russi, che si
rivelarono in seguito esperti soldati. Nei primi mesi del
'44 si verificò un fatto decisivo: numerosi giovani delle
classi chiamate alle armi dal "bando Graziani"del 18/2,
che comminava la pena di morte per i disertori, si unirono
alle formazioni partigiane operanti nella zona, per
sfuggire alla coscrizione repubblichina. Ciò causò non
pochi problemi logistici, dato l'incremento del numero di
uomini da armare e istruire, tutti giovani con nessuna
esperienza militare alle spalle.
Nella notte tra il 3 e 6
aprile i nazifascisti passarono all'attacco secondo un
piano prestabilito che comprendeva l'accerchiamento della
zona del Tobbio partendo da tre direttrici dalla Liguria e
dal Piemonte: da Busalla, Pontedecirno, Masone, Campo
Ligure, Mornese, Lerma. Vennero impiegati reparti
tedeschi, fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana,
muniti di armi automatiche individuali e di squadra,
lanciafiamme, autoblindo. Il comando tedesco impiegò anche
un aereo da ricognizione "Fieseler-Storch'' "Cicogna"
idoneo all'osservazione durante i combattimenti in zona
di montagna.
I primi combattimenti fra i
posti avanzati partigiani e la massa nemica iniziò
all'alba del 6 aprile. Mentre la "III° Brigata Liguria"
ordinava ai propri distaccamenti di sganciarsi,
frazionarsi in piccoli gruppi, forando l'accerchiamento
nemico, la "Brigata Autonoma Alessandria" cercava di
organizzare una resistenza intorno alla "Benedicta" e Pian
degli Eremiti, cosa che si rivelò impossibile davanti alla
preponderanza forza nemica. Nell'antico ex convento si
radunarono molti uomini, per la maggior parte renitenti
alla leva.E' uno spettacolo agghiacciante: i ricognitori
volteggiano senza sosta, il fuoco divampa ovunque.....le
terribili vampe incendiarie dei lanciafiamme si notano
distintamente un po' dappertutto e le esplosioni e
le raffiche di mitraglia si condfondono con l'abbaiare
furioso dei cani lupo addestrati per la caccia
all'uomo.... è una vera caccia all'uomo e noi siamo
braccatii come belve. (Racconto di De Menech, commissario
politico del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi
Liguria, in De Menech, Siamo i ribelli della montagana,
Alessandria, 1975).
Nelle prime ore del mattino
del 7 aprile 1944 i fascisti incominciarono a predisporre
l'eccidio. Cinque alla volta i prigionieri furono condotti
al plotone di esecuzione composto da bersaglieri
repubblichini che li fucilarono immediatamente.
Soltanto a metà mattina un
partigiano nascosto in un anfratto scaricò un caricatore
di "Sten" contro il plotone che si disperse e sospese per
un'ora il massacro, riprendendo le fucilazioni sino
all'ordine superiore di cessare il massacro. Di questo
crudele massacro è tuttora vivente un testimone oculare,
Giuseppe Ennio Odino, miracolosamente scampato perché
creduto morto. I corpi degli uccisi furono gettati in una
fossa comune nella quale a fine giornata vennero a
trovarsi un centinaio di cadaveri, in quanto vi furono
aggiunti altri fucilati dopo la cattura nella giornata del
7 aprile.
Alle tane del lupo, tranne
qualche morto fummo presi tutti: eravamo quasi duecento.
Alla luce dei bengala ci accompagnarono, con le mani
alla nuca e in fila indiana, alla Benedicta (...).
Arrivati lì, fummo immediatamente rinchiusi tutti, feriti
e non, nella cappelletta che era a sinistra, a piano terra
per chi entrava nel cortile. Il mattina successivo (...)
fummo chiamati a cinque per voltafuori dalla chiesetta nel
cortile interno della cascina. (...) Io ricordo che ero il
quinto del gruppo, dal 21 l 25, e sulla destra scendendo,
venti metri prima della piccola cappella che esiste
attualmente, notai cinque di Serravalle, tutti imbrattati
di sangue. (...) Continuammo a scendere e arrivammo dov'è
attualmente la cappelletta, di fronte alla quale, al di là
della piccola valle, poco più in alto doc'è oggi una
piccola croce, notai alcuni bersaglieri, otto o dieci,
armati con dei moscehtii. Dov'è la cappelletta ci fecero
fermare e ci spararono addosso... Io dovevo sostenere un
compagno che la sera prima, alle tane del lupo., era stato
feritoad un ginocchio. Questo fatto mi salvò (...) Caddi
come altri a terra e il compagno che sorreggevo mi venne
addosso e mi sporcò di sangue tutta la faccia. Rimasi lì
immobile e sentii alcune raffiche di machine-pistole
fischiarmi alle orecchie: erano i colpi di grazia che un
tedesco delle SS dava a coloro che erano morti e si
lamentavano per il dolore delle ferite subite. Fu il
momento più terribile della mia vita. (...) si sentì
sparare dall'alto della collina: era il gruppo di Leo che
pur sapendo che i colpi non sarebbero neppure arrivati fin
lì, aveva cercato per lo meno di creare allarme fra il
plotone di esecuzione composto di bersaglieri di stanza a
Bolzaneto, e fra i tedeschi. Infatti coloro che li
comandavano diedero ordine di ritirarsi all'interno della Benedicta
e io, dopo qualche minuto, scivolai fuori dal gruppo di
fucilati e salii attraverso il ruscello ... (Racconto di
Ennio Odino Crik in W. Valsesia, La resistenza in
provincia di Alessandria, Alessandria 1981)
Tra le prime persone a
salire alla Benedicta dopo l'eccidio, la mattina dell'11
aprile, due donne:
Cominciammo a salire lungo il sentiero che
ci doveva condurre alla Benedicta. I primi casolari, che
ben conoscevamo, li trovammo incendiati, devastati,
saccheggiati, vuoti. Tutto intorno non un'anima
viva....Andammo avanti senza più fermarci sino a giungere
al luogo dell'eccidio. Incontrammo per primo un prete
domenicano, vestito di bianco, si aggirava arttorno a
quelle fosse e sembrava pregasse. Poi subito dopo
incontrammo una donna con addosso un grembiulino bianco e
in mano una bottiglia d'alcool e del cotone. Non lontano
un uomo stava seduto su di una pietra e lui stesso,
immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla donna c'era
un bel ragazzo di 12-13 anni con gli occhi azzurri e
capelli ricci e nerissimi. Era in piedi e non diceva
nulla. Erano i genitori e il fratello minore di due
partigiani fucilati che stavano cercando tra i tanti
cadaveri della Benedicta...Andammo al grande cascinale "La
Benedicta". Trovammo in terra tutto attorno, carte da
gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna
bruciata. La Benedicta era stata fatta saltare con la
dinamite... Aiutammo quella povera donna. Il padre non era
più in grado di fare qualcosa. Era impietrito. Stava solo,
e guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava a
rimanere immobile e ci guardava... (racconto di Martina
Scarsi, staffetta partigiana, in W. Valsesia, La
resistenza in provincia di Alessandria, Alessandria 1981)
Una parte dei partigiani catturati furono
portati alle carceri di Marassi a Genova, mentre altri, ai
quali si aggiunsero i tanti giovani che si presentarono
spontaneamente, vennero concentrati a Villa Rosa a Novi
Ligure. Nei giorni del rastrellamento, infatti, il Capo
della Provincia di Alessandria aveva fatto pubblicare nei
comuni della zona, su richiesta del "Comando Germanico",
un bando che concedeva ai renitenti alla leva quattro
giorni di tempo (fino al giorno 10 aprile '44) per
presentarsi ai comandi militari. L'invito si rivelò una
trappola e, per quanti si recarono spontaneamente vi fu la
deportazione dalla stazione di Novi Ligure alla volta dei
lager nazisti.
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