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I
FATTI DI PROVAGLIO VAL SABBIA
Santo Persavalli, gavardese
classe 1926, ricorda in queste pagine l’ultimo anno di
guerra, che lo vide protagonista di numerosi fatti legati
alla lotta partigiana, culminati, il 5 marzo 1945, con
l’eccidio di Provaglio Val Sabbia, dove 10 partigiani
della 7ª Brigata Matteotti vennero fucilati dalle Brigate
Nere, dopo essere stati catturati in seguito ad uno
scontro a fuoco sul Monte Besume. “Avevo solo 18 anni, ma
il 16 giugno del 1944 fui chiamato per andare sotto le
armi in Germania, per addestramento, così almeno si diceva
allora. Con l’amico Capponi (che verrà poi ucciso a
Provaglio) decidemmo di non presentarci e preferimmo
nasconderci sul colle di San Martino, presso Rampeniga di
Muscoline. La passammo liscia fino agli ultimi giorni di
settembre, quando una mattina la polizia fascista ci trovò
nascosti in un ricovero di fortuna scavato sotto un argine
e ci arrestò. Portati in caserma a Gavardo, fummo
interrogati e fortunatamente liberati il giorno
successivo. Tornammo a nasconderci e non accadde più nulla
di importante fino ai primi di dicembre del 44 quando,
saputo che Rino Facchetti (altro partigiano gavardese) era
sul Monte Tesio, agli ordini del comandante Stefano
Allocchio, decisi di raggiungerlo, ma questa iniziale
permanenza in Tesio durò poco, poiché verso la metà del
mese Stefano venne arrestato dai fascisti e tradotto in
carcere a Brescia.
Il Tesio era diventato un
luogo pericoloso, per cui bisognava spostarsi nuovamente e
quando venimmo informati che a Prandaglio, presso la
Madonna della Neve, si trovavano i partigiani della 7ª
Brigata Matteotti decidemmo, Rino ed io, di raggiungerli
per arruolarci, cosa che in effetti facemmo rapidamente.
L’inverno di quell’anno fu
lungo e molto freddo, con abbondanti nevicate che ci
indussero a scendere a Prandaglio, dove restammo nascosti
fino al 5 o al 6 di febbraio del 45, quando un avviso
delle staffette partigiane ci informò di un imminente
rastrellamento. Tutta la brigata (17 o 18 persone) si
trasferì nuovamente sul Tesio, dopo aver nascosto le armi
di cui disponevamo nel cimitero di Prandaglio. Venne il
rastrellamento, i militi fascisti trovarono le armi ed
arrestarono il Parroco del paese ed un partigiano chiamato
Ridolini. Noi intanto eravamo di nuovo sul Tesio, dove
restammo un paio di settimane nella cascina del Comune di
Gavardo. Ogni rifugio non era mai sicuro per molto tempo e
dunque occorreva trasferirsi continuamente, come in
effetti avvenne anche in quella occasione perché un’altra
informazione delle staffette ci informò dell’ennesimo
rastrellamento.
In quel periodo, era circa
la metà di febbraio, il nostro comandante Giorgio formò
una squadra di uomini composta, oltre che da lui stesso,
da Rino Facchetti , da un Ufficiale belga, un partigiano
di Maderno e dal sottoscritto. Avevamo un compito
pericoloso, si trattava di disarmare quattro poliziotti a
Doneghe di Gavardo, per rifornire di armi la brigata. La
cosa non andò come previsto e anzi si trasformò in una
pericolosa tragedia; accadde infatti che mentre uscivamo
dalla casa della sorella di Rino per recarci a compiere la
nostra missione ci imbattemmo in due poliziotti.
Prontamente Rino intimò loro la resa, seguito dal
comandante Giorgio che impugnava una pistola dalla quale,
involontariamente, partì un colpo che uccise il
brigadiere. Fuggimmo verso le Coste di Sant’Eusebio, e
naturalmente l’operazione andò a monte. Dopo due giorni ci
raggiunse Vacinaletti, una staffetta di Vallio Terme, che
ci guidò sul monte Ere da dove, il 27 febbraio, partimmo
per Provaglio Val Sabbia. Era infatti giunto l’ordine di
aggregarci al gruppo di Provaglio, e per questo venne a
prenderci una guida di Sabbio Chiese, che ci accompagnò
per poi rimanere con noi.
Arrivammo sul Monte Besume
il 28 febbraio del 45, ma già il 3 marzo Poli, una
staffetta delle Fiamme Verdi, ci informò di un nuovo
imminente rastrellamento. Il comandante della brigata
Baronchelli ed il vice capo Signori chiamarono la guida di
Sabbio ed un altro di Prandaglio per mandarli in
esplorazione a verificare se vi fosse la possibilità di
tornare in Selvapiana, sul monte Magno. Il mattino
successivo alle 5, era il 4 marzo, una delle due
sentinelle di guardia scese ad Arveaco la frazione di
Provaglio Val Sabbia posta più in alto, ai piedi del monte
Besume, per cercare un po’ di latte, ma si imbatté nelle
Brigate Nere che salivano per il monte, evidentemente bene
informate della nostra presenza in quanto avevano preso la
direzione precisa per raggiungerci e circondarci. La
sentinella tentò di nascondersi in una siepe, ma fu
scoperta ed un milite delle Brigate Nere sparò e la ferì
alle gambe.
La raffica di mitra fu
udita dalla seconda sentinella che si precipitò nella
stalla dove dormivamo a svegliarci. Prontamente il capo mi
ordinò di uscire e verificare se eravamo circondati o se
vi erano vie di fuga; quando più tardi gli comunicai che
verso Treviso Bresciano la via sembrava libera, ordinò a
me, a mio fratello Isacco, a Rino e ad Amolini di
costeggiare il monte e portarci sulla cima del Besume
(dove ora c’è la chiesa), per osservare meglio e per
aprire un’eventuale via di fuga. Gli altri non riuscirono
ad allontanarsi dal fienile perché scoppiò una furiosa
battaglia, nella quale il vice capo venne ferito. Dopo 3
ore e 40 minuti di battaglia restammo tutti senza
munizioni, del resto disponevamo solo di armamento
personale, pistola e mitra. Siccome anche i fascisti non
sparavano più provammo a sporgerci dai nostri nascondigli
e scoprimmo così che i nostri compagni, non potendo né
lottare né fuggire, si stavano arrendendo. Dovevamo anche
noi prendere una decisione: Amolini era dell’idea di
arrenderci tutti per rimanere uniti, anche a costo di
finire in Germania o in prigione nel Castello a Brescia,
ma io ero sicuro, dopo i fatti accaduti a Doneghe, che
sarei stato impiccato a Gavardo insieme a Rino, dato che
sulla nostra testa c’era una taglia di 150.000 lire, che a
quell’epoca erano certamente una grossa somma. Convinti
anche gli altri a fuggire, partimmo per il monte Spino,
dove sapevamo essere alloggiato un distaccamento delle
Brigate Matteotti e dove fra l’altro conoscevo
personalmente il partigiano Damioli Lorando.
Fu un viaggio tremendo, da
Provaglio allo Spino, passando per la Degagna, sempre di
corsa e con la paura di essere seguiti, con un triste
presagio nel cuore per la sorte dei nostri compagni.
Finalmente arrivati chiedemmo ad un uomo fuori da un
fienile se sapeva della presenza in zona di partigiani, ma
questi ci disse non sapere niente. Il caso volle che
proprio il Damioli che io cercavo fosse in quel fienile e
dunque, udita la mia voce, uscisse ad accoglierci.
Raccontammo il fatto di Provaglio, che impressionò tutti
i presenti e li convinse di essere anche loro in
pericolo perché avremmo potuto essere stati seguiti, per
cui bisognava, per l’ennesima volta trasferirci in un
luogo più sicuro.
Il 5 marzo ci recammo a
Soprazzocco, dove a San Giacomo ci ospitò mia sorella,
dalla quale restammo per un paio di giorni, e dove
apprendemmo che i nostri compagni erano stati tutti
fucilati, ad eccezione del vice comandante che, essendo
ferito in battaglia, era stato ucciso sul posto. Quel che
successe ai nostri compagni è ormai risaputo, dopo
essersi arresi furono portati a Vestone, poi a Casto dove
c’era un comando delle Brigate Nere, e fu lì che si decise
di non portarli in prigione. Infatti l’ufficiale che li
aveva catturati volle riportarli sul campo di battaglia
per fucilarli, ma al loro rifiuto di proseguire a piedi
per la montagna, qualcuno era anche stato torturato,
decise di fucilarli a Cesane di Provaglio Val Sabbia, dove
oggi c’è il monumento che ricorda il loro sacrificio.
Potemmo rientrare in
Gavardo solo il 26 Aprile.”
Link utili:
segreteria ANPI Provaglio Valsabbia
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