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La
battaglia del Sonclino
Il 14 marzo arriva la
notizia che il curato di Sarezzo, don Angelo Pozzi, è
stato arrestato per avere fornito aiuti ai partigiani e
per avere organizzato riunioni antifasciste. È tradotto in
una cella del Castello di Brescia, sottoposto a
intimidazioni e percosse. In aprile la 122° Brigata
Garibaldi colloca i suoi uomini nella media Valtrompia e
nelle vicinanze di Brescia. Intanto numerosi militari
scappano dalle caserme fasciste per aggregarsi ai
partigiani sui monti: dalla caserma di Botticino fuggono
35 tra soldati e ufficiali che vanno ad unirsi agli uomini
di Giuseppe Gheda ed Angelo Moreni sul Sonclino. Un gruppo
di sbandati polacchi, fuggiti dal campo di prigionia,
giungono a Sarezzo in tram e vengono accompagnati a Sant’Emiliano
da Ada Tognolini. Il 19 aprile sul Sonclino avviene una
delle ultime e più cruente battaglie fra partigiani e
nazifascisti. I militi della Brigata Nera Tognù, stanziata
alla Stocchetta ed altri fascisti della S. Marco,
appoggiati dai tedeschi - circa 500 uomini – circondano la
zona montuosa dove ci sono un centinaio di partigiani. In
un primo tempo gli uomini di Giuseppe Gheda nascosti nei
dirupi, pur male armati, riescono a bloccare l’attacco.
Ma, verso le ore 9, i fascisti riprendono l’assalto con
determinazione. Giuseppe Gheda cade colpito a morte. Per
evitare l’accerchiamento, i partigiani sono costretti a
ritirarsi. Durante lo sganciamento, 17 uomini sono fatti
prigionieri. Due vengono uccisi sul posto (Battista
Zecchini, Giuseppe Aiardi); 6 vengono fucilati a Campo di
Gallo (Carlo Ricotti, Cesare Patarini, Guerino Bergamini,
Angelo Chiminelli, Ruggero Gridelli, Carlo Bernardoni); 3
sono fucilati ad Alone di Casto (Giuseppe Calamini,
Rodolfo Rossetti, Giovanni Gelmini); 6 giovani vengono
lasciati andare verso Marcheno, ma poi sono arrestati e
trasferiti nel municipio di Brozzo. Verranno uccisi a
Marcheno il giorno dopo (Nello Castellani, Benito Canossa,
Pietro Verucchi, Leopoldo Montanucci, Angelo Dagrada, G.
Battista Sacco). La stessa sera del 19 si verifica una
sparatoria tra 4 partigiani scesi dal Sonclino e 5
tedeschi e 2 fascisti di guardia alla caserma di Brozzo.
Fascisti e tedeschi cadono a terra; il partigiano Moreni
tenta di recuperare le loro armi, ma viene ferito ad un
ginocchio da due colpi sparati da un tedesco a terra. A
Brescia la battaglia continuò per tutta la giornata del 26
aprile; lo scontro finale tra partigiani e tedeschi in
ritirata si concluse all’alba del giorno seguente. In
Valtrompia i tedeschi minacciano di far saltare centrali
elettriche e distruggere stabilimenti: tutti gli operai
sono costretti ad uscire all’aperto; le gallerie di Noboli
vengono presidiate da uomini in armi. Improvvisamente
nella piazza di Sarezzo arrivano 11 soldati tedeschi che
piazzano alcune mitragliatrici all’angolo delle strade. La
piazza è deserta, porte e finestre sono sbarrate. Vista la
situazione, due giovani, Aldo Ravelli e Franco Mattanza,
si precipitano alla ferriera Bosio, disarmano il capitano
tedesco appostato nella baracca strappandogli il
mitragliatore, quindi salgono sulla sua macchina
mimetizzata: Ravelli è alla guida, Mattanza, pistola in
pugno, è seduto sul cofano. Arrivano a gran velocità in
piazza e qualcuno s’affaccia per vedere che cosa succede.
A questo punto, Giovanni Bianchetti, detto "Gioanì de la
Sgarzina", affronta i tedeschi gridando: "L’è finida. La
guerra è finita. Andatevene!". I tedeschi, sorpresi e
spaventati, afferrano le loro mitragliatrici e fuggono. Si
aprono porte e finestre, la gente scende in piazza, una
fiumana di gente che esulta, che salta, che grida: "È
finita, stavolta è proprio finita!". A Zanano i fascisti
asserragliati in località Stalle scappano cercando di
nascondersi. Sulla strada per Gardone passano le
camionette dei tedeschi. A Ponte Zanano, in prossimità del
ponte sul Mella, la strada è sbarrata da tronchi d’albero,
sul costone di Caacorne spara in continuazione una
mitraglia. Nasce una sparatoria fra alcuni uomini della
contrada e i tedeschi in fuga; uno dei presenti, Eugenio
Corsini, resta ferito ad un piede. I tedeschi vogliono
lasciar indietro terra bruciata. A Sarezzo un ufficiale
tedesco raggiunge in motocicletta il comune, sale la
scalinata e urla agli uomini lì convenuti che non se ne
andrà pacificamente: farà saltare le gallerie di Noboli
colme di dinamite e materiale bellico. La notizia si
diffonde in un baleno, la gente terrorizzata comincia ad
abbandonare le case. Interviene il parroco don Ragni che
va a parlare con l’ufficiale tedesco. Intervengono poi gli
uomini del CLN per intavolare una trattativa. I tedeschi
si dichiarano disposti ad allontanarsi senza provocare
l’irreparabile purchè sia consegnata loro, subito,
un’ingente somma di denaro e tutto l’oro reperibile. Solo
dopo aver consegnato tutto quanto fu possibile racimolare
in parrocchia ed in comune, i tedeschi presero la strada
dell’alta valle. Giunti nei pressi dell’arsenale di
Gardone, alcuni furono fatti prigionieri, altri uccisi in
uno scontro a fuoco. Qui caddero colpiti a morte anche
Antonio Nodari di Gardone e Giacomo Ghizzardi di Cogozzo.
Abbandonate le gallerie, cominciò allora il saccheggio di
tutto quanto c’era dentro, dalle attrezzature alle casse
di dinamite e di spolette. In quei giorni entusiasmanti e
pieni di contraddizioni si vide di tutto; come sempre
accade nei momenti cruciali, ci furono episodi di coraggio
e di pavida rivalsa. Vladimiro di Brehm venne prelevato
dalla sua abitazione e condotto con la forza nella sede
del distretto militare dove venne rinchiuso e tenuto
prigioniero per alcuni giorni. I soldati tedeschi
catturati furono rinchiusi nelle "calchere" di Crocevia in
attesa di essere trasferititi nel campo di prigionia di
Coltrano. I pochi brigatisti neri della Tognù pensarono
bene di trovare rifugio nell’Argentina di Peròn.
Link utili:
Sezione ANPI
Marcheno
Sezione ANPI Brescia Tel. 030-40502
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