SENTIERI
  PARTIGIANI

   

   

   

   

   

    2010

  - La Strage di

    Trarego

    05-04-2010

  - I martiri di

    Cantiglio

    11-04-2010

  - L'eccidio alla

    Benedicta

    18-04-2010

 

    2009

  - L'eccidio del

    Pogallo

    05-04-2009

  - Resistenza

    nell'oltrepò

    13-04-2009

  - Il partigiano

    Johnny

    19-04-2009

  

   2008

  - L'eccidio di

    Marzabotto

    06-04-2008

  - Il Sentiero

    Nello

    13-04-2008

  - 55º Brigata

    Rosselli

    20-04-2008

 

    2007

  - La Battaglia

    di Buglio

    09-04-2007

  - VII Brigata

    Matteotti

    15-04-2007

  - La Battaglia

    di Megolo

    22-04-2007

 

    2006

  - I 42 Martiri di

    Fondotoce

    09-04-2006

  - 122º Brigata

    Garibaldi

    17-04-2006

    - Percorso

  - Brigata G.L.

    24 Maggio

    23-04-2006

 

    2005

  - 55º Brigata

    Rosselli

    03-04-2005

  - Formazione

    5 Giornate

    10-04-2005

  - 53º Brigata

    Garibaldi

    17-04-2005

 

La battaglia del Sonclino

Il 14 marzo arriva la notizia che il curato di Sarezzo, don Angelo Pozzi, è stato arrestato per avere fornito aiuti ai partigiani e per avere organizzato riunioni antifasciste. È tradotto in una cella del Castello di Brescia, sottoposto a intimidazioni e percosse. In aprile la 122° Brigata Garibaldi colloca i suoi uomini nella media Valtrompia e nelle vicinanze di Brescia. Intanto numerosi militari scappano dalle caserme fasciste per aggregarsi ai partigiani sui monti: dalla caserma di Botticino fuggono 35 tra soldati e ufficiali che vanno ad unirsi agli uomini di Giuseppe Gheda ed Angelo Moreni sul Sonclino. Un gruppo di sbandati polacchi, fuggiti dal campo di prigionia, giungono a Sarezzo in tram e vengono accompagnati a Sant’Emiliano da Ada Tognolini. Il 19 aprile sul Sonclino avviene una delle ultime e più cruente battaglie fra partigiani e nazifascisti. I militi della Brigata Nera Tognù, stanziata alla Stocchetta ed altri fascisti della S. Marco, appoggiati dai tedeschi - circa 500 uomini – circondano la zona montuosa dove ci sono un centinaio di partigiani. In un primo tempo gli uomini di Giuseppe Gheda nascosti nei dirupi, pur male armati, riescono a bloccare l’attacco. Ma, verso le ore 9, i fascisti riprendono l’assalto con determinazione. Giuseppe Gheda cade colpito a morte. Per evitare l’accerchiamento, i partigiani sono costretti a ritirarsi. Durante lo sganciamento, 17 uomini sono fatti prigionieri. Due vengono uccisi sul posto (Battista Zecchini, Giuseppe Aiardi); 6 vengono fucilati a Campo di Gallo (Carlo Ricotti, Cesare Patarini, Guerino Bergamini, Angelo Chiminelli, Ruggero Gridelli, Carlo Bernardoni); 3 sono fucilati ad Alone di Casto (Giuseppe Calamini, Rodolfo Rossetti, Giovanni Gelmini); 6 giovani vengono lasciati andare verso Marcheno, ma poi sono arrestati e trasferiti nel municipio di Brozzo. Verranno uccisi a Marcheno il giorno dopo (Nello Castellani, Benito Canossa, Pietro Verucchi, Leopoldo Montanucci, Angelo Dagrada, G. Battista Sacco). La stessa sera del 19 si verifica una sparatoria tra 4 partigiani scesi dal Sonclino e 5 tedeschi e 2 fascisti di guardia alla caserma di Brozzo. Fascisti e tedeschi cadono a terra; il partigiano Moreni tenta di recuperare le loro armi, ma viene ferito ad un ginocchio da due colpi sparati da un tedesco a terra. A Brescia la battaglia continuò per tutta la giornata del 26 aprile; lo scontro finale tra partigiani e tedeschi in ritirata si concluse all’alba del giorno seguente. In Valtrompia i tedeschi minacciano di far saltare centrali elettriche e distruggere stabilimenti: tutti gli operai sono costretti ad uscire all’aperto; le gallerie di Noboli vengono presidiate da uomini in armi. Improvvisamente nella piazza di Sarezzo arrivano 11 soldati tedeschi che piazzano alcune mitragliatrici all’angolo delle strade. La piazza è deserta, porte e finestre sono sbarrate. Vista la situazione, due giovani, Aldo Ravelli e Franco Mattanza, si precipitano alla ferriera Bosio, disarmano il capitano tedesco appostato nella baracca strappandogli il mitragliatore, quindi salgono sulla sua macchina mimetizzata: Ravelli è alla guida, Mattanza, pistola in pugno, è seduto sul cofano. Arrivano a gran velocità in piazza e qualcuno s’affaccia per vedere che cosa succede. A questo punto, Giovanni Bianchetti, detto "Gioanì de la Sgarzina", affronta i tedeschi gridando: "L’è finida. La guerra è finita. Andatevene!". I tedeschi, sorpresi e spaventati, afferrano le loro mitragliatrici e fuggono. Si aprono porte e finestre, la gente scende in piazza, una fiumana di gente che esulta, che salta, che grida: "È finita, stavolta è proprio finita!". A Zanano i fascisti asserragliati in località Stalle scappano cercando di nascondersi. Sulla strada per Gardone passano le camionette dei tedeschi. A Ponte Zanano, in prossimità del ponte sul Mella, la strada è sbarrata da tronchi d’albero, sul costone di Caacorne spara in continuazione una mitraglia. Nasce una sparatoria fra alcuni uomini della contrada e i tedeschi in fuga; uno dei presenti, Eugenio Corsini, resta ferito ad un piede. I tedeschi vogliono lasciar indietro terra bruciata. A Sarezzo un ufficiale tedesco raggiunge in motocicletta il comune, sale la scalinata e urla agli uomini lì convenuti che non se ne andrà pacificamente: farà saltare le gallerie di Noboli colme di dinamite e materiale bellico. La notizia si diffonde in un baleno, la gente terrorizzata comincia ad abbandonare le case. Interviene il parroco don Ragni che va a parlare con l’ufficiale tedesco. Intervengono poi gli uomini del CLN per intavolare una trattativa. I tedeschi si dichiarano disposti ad allontanarsi senza provocare l’irreparabile purchè sia consegnata loro, subito, un’ingente somma di denaro e tutto l’oro reperibile. Solo dopo aver consegnato tutto quanto fu possibile racimolare in parrocchia ed in comune, i tedeschi presero la strada dell’alta valle. Giunti nei pressi dell’arsenale di Gardone, alcuni furono fatti prigionieri, altri uccisi in uno scontro a fuoco. Qui caddero colpiti a morte anche Antonio Nodari di Gardone e Giacomo Ghizzardi di Cogozzo. Abbandonate le gallerie, cominciò allora il saccheggio di tutto quanto c’era dentro, dalle attrezzature alle casse di dinamite e di spolette. In quei giorni entusiasmanti e pieni di contraddizioni si vide di tutto; come sempre accade nei momenti cruciali, ci furono episodi di coraggio e di pavida rivalsa. Vladimiro di Brehm venne prelevato dalla sua abitazione e condotto con la forza nella sede del distretto militare dove venne rinchiuso e tenuto prigioniero per alcuni giorni. I soldati tedeschi catturati furono rinchiusi nelle "calchere" di Crocevia in attesa di essere trasferititi nel campo di prigionia di Coltrano. I pochi brigatisti neri della Tognù pensarono bene di trovare rifugio nell’Argentina di Peròn.

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